Giocare col fuoco

Dice che eri l’ultima a saperlo fare.
Ogni sera, con precisione maniacale, avvolgevi garze pirotecniche attorno a un corpo per gli altri nudo, coperto solo di lustrini e paillette. I tuoi occhi – vestiti per piacere e protetti per non guardare – non li ho potuti vedere né capire da una foto fatta per stupire.

Dice che ogni giorno eri pronta a bruciare.
Tre minuti di splendore programmato, ché probabilmente già lo sapevi che non ci è dato di bruciare all’infinito. Ed era esplosione da una mano, poi fuoco ed esplosione dall’altra, fino ad arrivare alla testa, dove in uno spettacolo inaudito arrivava a esplodere il pensiero.

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Come donna ignifuga

Davanti al bancone di un kebab del centro aspetto qualcosa da mangiare. Fuori è freddo, fuori piove, e io ho molte cose a cui pensare.

Sono ibridi i kebab del centro, con ambizioni di eleganza ma pur sempre kebab. In una sala di tavolini verdi tutti uguali, attaccati tre a tre, con sedie verdi tutte uguali, attaccate tre a tre, alla televisione danno CSI.

Un padre e un figlio, pingui, catatonici, mangiano pizza a fauci aperte e guardano la tv. Non si parlano, non si vedono. Guardano la TV. Un cartello dice che ti affittano la sala quando ti fai battezzare. Fuori fa freddo, fuori piove, e io ho tante cose a cui pensare.

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