Clown nella luna

Le mie lacrime sono come il lento cadere
Di petali da qualche magica rosa,
E il mio dolore scorre dalle crepe
Di cieli e nevi di cui non è memoria.

Se toccassi la terra
Credo che andrebbe in polvere;
È così triste e bello,
Così tremulamente come un sogno.

(Dylan Thomas, Poesie inedite)

Come donna ignifuga

Davanti al bancone di un kebab del centro aspetto qualcosa da mangiare. Fuori è freddo, fuori piove, e io ho molte cose a cui pensare.

Sono ibridi i kebab del centro, con ambizioni di eleganza ma pur sempre kebab. In una sala di tavolini verdi tutti uguali, attaccati tre a tre, con sedie verdi tutte uguali, attaccate tre a tre, alla televisione danno CSI.

Un padre e un figlio, pingui, catatonici, mangiano pizza a fauci aperte e guardano la tv. Non si parlano, non si vedono. Guardano la TV. Un cartello dice che ti affittano la sala quando ti fai battezzare. Fuori fa freddo, fuori piove, e io ho tante cose a cui pensare.

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Il tuo senso di colpa non ha né ragione sociale né religiosa.
Sbarazzatene come di un pancake riuscito male.

#iLoveMyGuru

“Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.
Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui.”


(Elio Vittorini, “Conversazione in Sicilia”)

Facciamo un gioco

Giochiamo che facciamo che io imparo la cosa di due vite, che saltiamo in mondi paralleli, che il presente è sempre presente e che però non si incontrano mai.

Giochiamo che facciamo come il gioco del silenzio, che il primo che parla ha perso la partita.
Giochiamo che imparo vite altre e clandestine, che parliamo in codice, che ogni strumento è una vita, e le parole anche no.

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Eugenio e Mosca

Arrivano ogni mattina, il mio Eugenio e la mia Mosca. Bevono, dandosi il braccio, almeno un milione di cappuccini. Hanno più di 40 anni di giorni insieme. Li continuano, discutendo ogni mattina. Ogni mattina ridono.

Lui, galante, mi offre caramelle. Lei, decisa, commenta i miei vestiti e la mia pelle. Mi parla della figlia e di noi, nuove donne che non voglion più marito. Ammira il mio piglio, lei che dev’esser donna non facile, ben poco discutibile.

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Testimone è il bicchiere

Pedalo di nuovo, rincaso stasera. Mi porto in gola parole non dette. Cancello il tuo nome dalle mie utilità, ma lui ricompare.
Sarebbero giorni da raccontare, risate e bestemmie a dioniso ed eros. Nottate che si potrebbero cantare, film da citare.
Ma resta il silenzio in cui annaspa il pensiero. Che le cose non esistono se non le diciamo, non accadono se non raccontiamo.
Mantengo segreti anche con me.

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Agave

Non sono utile né bella,
Non ho colori lieti né profumi;
Le mie radici rodono il cemento,
E le mie foglie, marginate di spine,
Mi fanno guardia, acute come spade.
Sono muta. Parlo solo il mio linguaggio di pianta,
Difficile a capire per te uomo.
È un linguaggio desueto,
Esotico, poiché vengo di lontano,
Da un paese crudele
Pieno di vento, veleni e vulcani.
Ho aspettato molti anni prima di esprimere
Questo mio fiore altissimo e disperato,
Brutto, legnoso, rigido, ma teso al cielo.
È il nostro modo di gridare che
Morrò domani. Mi hai capito adesso?

(Primo Levi, Agave, in “Ad ora incerta”)

“Il senso del possesso che lui osserva nelle altre solitudini gli appare esagerato. In alcuni diventa vera e propria tirchieria, in altri essenzialità, in altri ancora frugalità o nevrosi di ordine, pulizia, attenzione maniacale per la disposizione abituale delle cose e dei sentimenti. Come se la solitudine, quella accettata e rielaborata, avesse costruito, nel cuore dell’individuo, un atlante di percorsi sbarrati, di strade senza uscita, di sensi unici, di dighe, di barriere antisismiche in modo che qualsiasi sentimento o oggetto nuovo abbia un percorso prestabilito, all’interno, per vagare senza arrecare danno.”


(Pier Vittorio Tondelli, Camere Separate)

 

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