Penelope a modo mio

Cosa ne pensi
se ti scelgo e ti tengo
in palmo di mano
fra le linee che si intrecciano
intessendomi al mondo

Dipende se sulla mia pelle
vedi strade o graticolo di prigione
se fra trama e ordito cerchi la fuga
o l’arte di tessere
costruzione e passione

Dipende, Ulisse, se nella conca della mano
puoi sentire il canto,
la trama del viaggiare
nell’ordinario, l’ardire.

(Alessandra Racca, Penelope a modo mio in “Nostra Signora dei Calzini Deluxe”, NEO edizioni)

Nel cielo di cenere affonda il giorno dentro l’onda. Sull’orlo della sera temo sparirmi anch’io nell’ombra.

“E così” egli domandò guardandola dal basso in alto “proprio non ne puoi più?” La vide annuire un poco impacciata dal tono confidenziale che assumeva il dialogo. “E allora,” soggiunse ” sai cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia.”
“È quello che finirò per fare” ella disse con una certa teatrale decisione; ma le pareva di recitare una parte falsa e ridicola; così, era quello l’uomo a cui questo periodo di esasperazione l’andava insensibilmente portando? Lo guardò: né meglio né peggio degli altri, anzi meglio senza alcun dubbio, ma con in più una certa sua fatalità che aveva aspettato dieci anni che ella si sviluppasse e maturasse per insidiarla ora, in quella sera, in quel salotto oscuro.


(Alberto Moravia, “Gli indifferenti”)

Clown nella luna

Le mie lacrime sono come il lento cadere
Di petali da qualche magica rosa,
E il mio dolore scorre dalle crepe
Di cieli e nevi di cui non è memoria.

Se toccassi la terra
Credo che andrebbe in polvere;
È così triste e bello,
Così tremulamente come un sogno.

(Dylan Thomas, Poesie inedite)

“Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.
Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui.”


(Elio Vittorini, “Conversazione in Sicilia”)

Agave

Non sono utile né bella,
Non ho colori lieti né profumi;
Le mie radici rodono il cemento,
E le mie foglie, marginate di spine,
Mi fanno guardia, acute come spade.
Sono muta. Parlo solo il mio linguaggio di pianta,
Difficile a capire per te uomo.
È un linguaggio desueto,
Esotico, poiché vengo di lontano,
Da un paese crudele
Pieno di vento, veleni e vulcani.
Ho aspettato molti anni prima di esprimere
Questo mio fiore altissimo e disperato,
Brutto, legnoso, rigido, ma teso al cielo.
È il nostro modo di gridare che
Morrò domani. Mi hai capito adesso?

(Primo Levi, Agave, in “Ad ora incerta”)

“Il senso del possesso che lui osserva nelle altre solitudini gli appare esagerato. In alcuni diventa vera e propria tirchieria, in altri essenzialità, in altri ancora frugalità o nevrosi di ordine, pulizia, attenzione maniacale per la disposizione abituale delle cose e dei sentimenti. Come se la solitudine, quella accettata e rielaborata, avesse costruito, nel cuore dell’individuo, un atlante di percorsi sbarrati, di strade senza uscita, di sensi unici, di dighe, di barriere antisismiche in modo che qualsiasi sentimento o oggetto nuovo abbia un percorso prestabilito, all’interno, per vagare senza arrecare danno.”


(Pier Vittorio Tondelli, Camere Separate)

 

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