L’idiozia delle solitudini

Qualcuno spiegherà un giorno
il senso delle nostre selezioni, del cercare compagnia, del trovarla tra sé e sé.
Qualcuno ci spiegherà i muri e il bisogno, la ricerca e la paura, l’invulnerabilità.

E mi chiedo
in quale favola di bimbi è solo uno che salva il mondo, che neppure i supermén, che persino il più dotato c’ha bisogno della guida, che se no fa le cazzate e si trasforma nel cattivo.
E il cattivo è sempre solo, questo pure lo sappiamo.
E mi chiedo in quale mito, in quale archetipo malato, c’è quest’uno contro tutti come uomo che ha svoltato.

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Banalità

Va tutto bene, ciccio.
Che io son la gente che i miei quarant’anni me li son sudati.

Io son la gente, ciccio, che lo sa che vuol dire che non tutto si può sapere. Gente che convive col fantasma di Schrödinger, che nemmeno vita o morte si può stabilire, se non di giorno in giorno con il lancio di una monetina.

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Ade e Persefone

La storia dice che nessuna donna voleva passare la vita tra il buio e la morte, anche se lui era re.

E allora Ade, sovrano potente, quando la vede e si invaghisce di lei a prende senza chiedere, la porta negli inferi e con l’inganno la tiene con sé.

Il mito racconta che la madre si offende, che non fa più germogliare i germogli, maturare i frutti, fiorire fiori. E allora Zeus, padre e Potere, sceglie per lei: Persefone, donna contesa tra genitore e marito, viene divisa come cosa che si può dividere, un po’ per l’una un po’ per l’altro. E niente per sé.

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Giocare col fuoco

Dice che eri l’ultima a saperlo fare.
Ogni sera, con precisione maniacale, avvolgevi garze pirotecniche attorno a un corpo per gli altri nudo, coperto solo di lustrini e paillette. I tuoi occhi – vestiti per piacere e protetti per non guardare – non li ho potuti vedere né capire da una foto fatta per stupire.

Dice che ogni giorno eri pronta a bruciare.
Tre minuti di splendore programmato, ché probabilmente già lo sapevi che non ci è dato di bruciare all’infinito. Ed era esplosione da una mano, poi fuoco ed esplosione dall’altra, fino ad arrivare alla testa, dove in uno spettacolo inaudito arrivava a esplodere il pensiero.

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Facciamo un gioco

Giochiamo che facciamo che io imparo la cosa di due vite, che saltiamo in mondi paralleli, che il presente è sempre presente e che però non si incontrano mai.

Giochiamo che facciamo come il gioco del silenzio, che il primo che parla ha perso la partita.
Giochiamo che imparo vite altre e clandestine, che parliamo in codice, che ogni strumento è una vita, e le parole anche no.

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Eugenio e Mosca

Arrivano ogni mattina, il mio Eugenio e la mia Mosca. Bevono, dandosi il braccio, almeno un milione di cappuccini. Hanno più di 40 anni di giorni insieme. Li continuano, discutendo ogni mattina. Ogni mattina ridono.

Lui, galante, mi offre caramelle. Lei, decisa, commenta i miei vestiti e la mia pelle. Mi parla della figlia e di noi, nuove donne che non voglion più marito. Ammira il mio piglio, lei che dev’esser donna non facile, ben poco discutibile.

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Testimone è il bicchiere

Pedalo di nuovo, rincaso stasera. Mi porto in gola parole non dette. Cancello il tuo nome dalle mie utilità, ma lui ricompare.
Sarebbero giorni da raccontare, risate e bestemmie a dioniso ed eros. Nottate che si potrebbero cantare, film da citare.
Ma resta il silenzio in cui annaspa il pensiero. Che le cose non esistono se non le diciamo, non accadono se non raccontiamo.
Mantengo segreti anche con me.

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Baci da Pompei

Un tempo collezionavo cartoline, perfettamente ordinate in scatole da scarpe. Viaggiavo i loro viaggi, leggevo saluti e mancanze, ritorni e partenze. C’erano spiagge bianche e deserte, culi di donne su folle di gente, frasi inutili su palazzi e città. Amico, sono ancora lì, sul ripiano nascosto di una casa che non abito più.

Ho sognato elefanti e gnu, la lavanda in Provenza, gli odori della Boqueria. Ho amato le storie che non ho raccontato, i baci e gli abbracci, i ritornerò. Intanto scrivevo a spettabili aziende saluti cordiali, godevo di gioie formali, viaggiavo i miei viaggi col tutto compreso, sempre attenta a non deragliare. Ma oggi, amico, non mi sento per niente cordiale.

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Palloncini

È tutta nell’attesa
La leggerezza dei giorni
Brucerò un porta sfortuna
Per ogni serata persa.
Libererò un palloncino
Per ogni pensiero in più.

Inciamperò ogni passo indietro
Sfiderò il ridicolo
Saprò quando andare
Saprò quando aspettare
Saprò quando insistere
Saprò quando lasciar stare.
Saprò come farmi ricordare.

Riti

Alle bancarelle del mercato vendono
abiti per spose di seconda mano.
Ci passo davanti coi miei quindici euro.
Per un momento potrei
E avrei chiusa nell’armadio
Una storia di altri da raccontare.

Spinta da ingiustificato ottimismo
ho comprato una manciata
di porta sfortuna.
Li nascondo tra libri e pois
A ricordarmi debolezza e forza.
Possibilità.

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