Segnale d’Allarme

Qualche giorno fa ho fatto un’esperienza vecchia e nuova insieme, un’esperienza quasi impossibile in questa epoca pandemica. Esperienza vecchia: sono stata in un teatro, circondata dal pubblico, e ho visto uno spettacolo. Esperienza nuova: ero da sola chiusa nella mia stanza, seduta sul letto, e indossavo un visore per la realtà virtuale. Ho visto “Segnale d’allarme” di Elio Germano, spettacolo che in teatro si intitola “La mia battaglia”.

Ora attenzione: da qui in poi questo post contiene spoiler perché è una riflessione su quello che ho visto e le sensazioni che ho vissuto ed è impossibile farlo se non parlando di quello che succede in quest’ora e un quarto di spettacolo. Quindi se avete intenzione di vedere”Segnale d’allarme” non andate oltre perché il mio consiglio spassionato è di arrivare alla visione “puri”, sapendone il meno possibile.

La cosa principale da dire è che questa esperienza in VR (che è decisamente fighissima) ti fa sentire ancora di più la mancanza della presenza (che poi è la cosa fondamentale del teatro). è uno spettacolo che ha bisogno di pubblico (e quello c’è, la gente te la ritrovi accanto), ed è uno spettacolo in cui il pubblico ha bisogno di ritrovarsi, dopo la visione, di riconoscersi, di guardarsi. Ed è questo che manca. Ci si sente soli, dopo quest’ora. Soli e anche un po’ arrabbiati (con se stessi e con il mondo circostante). Ed è per questo che in questi giorni, in cui i visori noleggiati stanno tornando indietro, passiamo mezz’orate intere con chi li ha presi a confrontarci, a interrogarci, a chiederci tutti la stessa cosa: “Quando ce ne siamo accorti? Quanto ci è voluto?”.

Perché questo è uno spettacolo subdolo, in cui per un bel pezzo ti ritrovi ad ascoltare un attore parlare del più e del meno, della dispersione dell’epoca social, della mancanza del senso di collettività, di cosa servirebbe per ricostruire una comunità. E così, per passaggi logici, parola dopo parola, vieni portato nel politico (perché il collettivo è politico) e tutto inizia a diventare via via un po’ più fastidioso. Noioso, a tratti: insomma, pure lui, pure Germano ora mi si mette qui a fare uno spettacolo-comizio dicendo cose per carità, all’inizio anche condivisibili, però ecco, ora sta un po’ esagerando. Se volevo andare ad ascoltarmi Grillo andavo al Vaffa Day. Insomma, però, più va avanti più si fa prendere la mano. C’è anche un limite alle stronzate che posso ascoltare. Quasi quasi esco. Poi quello lì dietro, in quarta fila, che continua a battere le mani… vabbeh.

Ed è a un certo punto che te ne accorgi. Solo a un certo punto ti rendi conto di quello che sta capitando, solo a un certo punto capisci che sei passato dall’approvare discorsi di collettività politica a essere immerso in un delirio sovranista. E ti guardi intorno, cerchi conforto. Chi l’ha capito? Chi non l’ha ancora capito ma è incazzato? Chi ancora batte le mani?
E quando te ne accorgi ti rendi conto anche di un’altra cosa. Te ne sei accorto comunque troppo tardi.
E quindi la domanda che tutti ci facciamo: quanto ci abbiamo messo a capire il gioco di propaganda che stava facendo? Quanto siamo andati oltre prima di capire dove certi discorsi portano? Per quanto tempo siamo stati d’accordo? Fino a che punto abbiamo sorriso?

è scomodo rendersi conto che è un copione teatrale quando ormai lo spettacolo ha raggiunto il delirio più palese. Quando viene dichiarato che ci sono degli infiltrati armati nel teatro che non ti faranno più uscire, che sono i giovani d’azione formati nelle nostre scuole.

Quando ce ne siamo accorti? Quanto ci abbiamo messo? Cosa abbiamo pensato? Molti di noi fino a un certo punto hanno pensato che ci eravamo giocati pure Elio Germano, che pure lui si fosse messo a fare spettacoli politici un po’ qualunquisti.
Perché la verità è che siamo abituati a tutto, accettiamo tutto, ingoiamo tutto. E se questo tutto solletica la nostra rabbia, la nostra frustrazione, la nostra insoddisfazione, siamo pronti ad ascoltare. E a battere le mani. Fino alla fine. Perché – claque a parte – c’è chi batte le mani praticamente fino alla fine. Sono quelli che io di solito in teatro chiamo “pubblico a strascico”, cioè quelli che reagiscono perché qualcun altro ha reagito prima e gli vanno dietro. Ci sono sempre, in qualunque spettacolo. E qui diventano spaventosi.

L’unica nota confortante arriva da quelli che hanno visto lo spettacolo insieme ai figli. Che ti dicono che loro sì, loro se ne sono accorti prima. Quasi subito. E un po’ tiri un sospiro di sollievo.
Perché a guardarci tra di noi lo sappiamo: le mani non le abbiamo battute perché eravamo nelle nostre case, nelle nostre stanzette. Ma ne siamo tutti più che consapevoli.
Avremmo applaudito al Mein Kampf.

Se siete in Piemonte potete noleggiare il visore.
Tutte le info qui: https://www.piemontedalvivo.it/event/segnale-dallarme-elio-germano-therese/

L’idiozia delle solitudini

Qualcuno spiegherà un giorno
il senso delle nostre selezioni, del cercare compagnia, del trovarla tra sé e sé.
Qualcuno ci spiegherà i muri e il bisogno, la ricerca e la paura, l’invulnerabilità.

E mi chiedo
in quale favola di bimbi è solo uno che salva il mondo, che neppure i supermén, che persino il più dotato c’ha bisogno della guida, che se no fa le cazzate e si trasforma nel cattivo.
E il cattivo è sempre solo, questo pure lo sappiamo.
E mi chiedo in quale mito, in quale archetipo malato, c’è quest’uno contro tutti come uomo che ha svoltato.

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Banalità

Va tutto bene, ciccio.
Che io son la gente che i miei quarant’anni me li son sudati.

Io son la gente, ciccio, che lo sa che vuol dire che non tutto si può sapere. Gente che convive col fantasma di Schrödinger, che nemmeno vita o morte si può stabilire, se non di giorno in giorno con il lancio di una monetina.

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A Long Way Home

L’altro giorno si parlava con Socia del passato. Questo stop, questo blocco surreale pandemico del tempo e dei ritmi, ci ha portato ad essere in qualche modo riflessive e rivalutanti.

Ho sempre avuto un rapporto contrastato con il passato che in ogni momento della mia vita ho sempre visto come l’età dell’oro.
Prima era sempre meglio. Ero più libera, più artistica, più divertente, più divertita. Più giovane.

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Ade e Persefone

La storia dice che nessuna donna voleva passare la vita tra il buio e la morte, anche se lui era re.

E allora Ade, sovrano potente, quando la vede e si invaghisce di lei a prende senza chiedere, la porta negli inferi e con l’inganno la tiene con sé.

Il mito racconta che la madre si offende, che non fa più germogliare i germogli, maturare i frutti, fiorire fiori. E allora Zeus, padre e Potere, sceglie per lei: Persefone, donna contesa tra genitore e marito, viene divisa come cosa che si può dividere, un po’ per l’una un po’ per l’altro. E niente per sé.

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Giocare col fuoco

Dice che eri l’ultima a saperlo fare.
Ogni sera, con precisione maniacale, avvolgevi garze pirotecniche attorno a un corpo per gli altri nudo, coperto solo di lustrini e paillette. I tuoi occhi – vestiti per piacere e protetti per non guardare – non li ho potuti vedere né capire da una foto fatta per stupire.

Dice che ogni giorno eri pronta a bruciare.
Tre minuti di splendore programmato, ché probabilmente già lo sapevi che non ci è dato di bruciare all’infinito. Ed era esplosione da una mano, poi fuoco ed esplosione dall’altra, fino ad arrivare alla testa, dove in uno spettacolo inaudito arrivava a esplodere il pensiero.

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Come donna ignifuga

Davanti al bancone di un kebab del centro aspetto qualcosa da mangiare. Fuori è freddo, fuori piove, e io ho molte cose a cui pensare.

Sono ibridi i kebab del centro, con ambizioni di eleganza ma pur sempre kebab. In una sala di tavolini verdi tutti uguali, attaccati tre a tre, con sedie verdi tutte uguali, attaccate tre a tre, alla televisione danno CSI.

Un padre e un figlio, pingui, catatonici, mangiano pizza a fauci aperte e guardano la tv. Non si parlano, non si vedono. Guardano la TV. Un cartello dice che ti affittano la sala quando ti fai battezzare. Fuori fa freddo, fuori piove, e io ho tante cose a cui pensare.

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Facciamo un gioco

Giochiamo che facciamo che io imparo la cosa di due vite, che saltiamo in mondi paralleli, che il presente è sempre presente e che però non si incontrano mai.

Giochiamo che facciamo come il gioco del silenzio, che il primo che parla ha perso la partita.
Giochiamo che imparo vite altre e clandestine, che parliamo in codice, che ogni strumento è una vita, e le parole anche no.

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Eugenio e Mosca

Arrivano ogni mattina, il mio Eugenio e la mia Mosca. Bevono, dandosi il braccio, almeno un milione di cappuccini. Hanno più di 40 anni di giorni insieme. Li continuano, discutendo ogni mattina. Ogni mattina ridono.

Lui, galante, mi offre caramelle. Lei, decisa, commenta i miei vestiti e la mia pelle. Mi parla della figlia e di noi, nuove donne che non voglion più marito. Ammira il mio piglio, lei che dev’esser donna non facile, ben poco discutibile.

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Testimone è il bicchiere

Pedalo di nuovo, rincaso stasera. Mi porto in gola parole non dette. Cancello il tuo nome dalle mie utilità, ma lui ricompare.
Sarebbero giorni da raccontare, risate e bestemmie a dioniso ed eros. Nottate che si potrebbero cantare, film da citare.
Ma resta il silenzio in cui annaspa il pensiero. Che le cose non esistono se non le diciamo, non accadono se non raccontiamo.
Mantengo segreti anche con me.

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