Ade e Persefone

La storia dice che nessuna donna voleva passare la vita tra il buio e la morte, anche se lui era re.

E allora Ade, sovrano potente, quando la vede e si invaghisce di lei a prende senza chiedere, la porta negli inferi e con l’inganno la tiene con sé.

Il mito racconta che la madre si offende, che non fa più germogliare i germogli, maturare i frutti, fiorire fiori. E allora Zeus, padre e Potere, sceglie per lei: Persefone, donna contesa tra genitore e marito, viene divisa come cosa che si può dividere, un po’ per l’una un po’ per l’altro. E niente per sé.

Assisto a un dibattito che forse sono io contro me.
Lui dice che anche questo è amore,
che la vita ci mette di fronte a scelte forzate, che la felicità è scovarne la bontà. Che in fondo, noi donne, quante volte abbiamo sognato di farci rapire, di lasciarci decidere, di lasciarci portare.

La pussy riottosa si ribella, reclama la facoltà della scelta, rivendica il diritto all’errore.
Si alza una voce sincera: ammette di abdicare il volere, di delegare il decidere, che a volte sian gli altri ad avere nel cuore la responsabilità di fallire.

Risuona una voce stonata. Ricorda che poi alla fine Persefone regna sposata, che in fondo lei s’innamora, che a scendere a patti qualcosa si trova.
IO si ribella, che non si può vivere privati di libertà, che la sindrome di Stoccolma non può essere amare, che ci deve essere un’altra strada da fare.

Un pensiero adolescente dice che poi alla fine ci piace il mistero, il gioco di lasciarsi e proporsi, il non conoscersi davvero, che è questo che mantiene il desiderio. Non sapersi ma lo stesso starsi.
Una voce saggia risponde che anche basta col farsi annusare e non farsi guardare. Che questi stratagemmi fanno stancare, che a ben guardare la felicità è un volere.

Voce di professionista dice “accettare”. Voce di donna dice “patteggiare”. Voce di nonna dice “arronzare”. Collegamento mentale con poetessa dice – finalmente con senso – “barcamenare”.

Mi guardo indietro guardando davanti. Vedo scelte sbagliate, fraintendimenti. Capisco la ragione ultima di giorni inconcludenti. E alla fine penso che c’è troppo testosterone in ogni coscienza, io che di parole di femmine ne ho usate sempre poche, sento pensieri stridere e personalità cedere. Sessismi di donne su donne, che i cori per cui non scegliere è usuale sono troppo numerosi per poterli ignorare.

Che siamo forse straniere noi donne che non pretendiamo marito. Noi che non ci piace abbozzare, noi che vogliamo scegliere, noi che vogliamo dall’altra parte una persona che vuole uguale.

Poi mi fermo a parlare: con donne deluse, con donne sfinite, con donne innamorate, con donne capite. E si diventa popolo: a volte rapito, a volte sfruttato, a volte spartito, a volte offeso, spesso tradito. Ma popolo resistente a quest’idea malsana di amore, mai dichiarata negli intenti ma ancora latente negli atteggiamenti.

E tu, Persefone. Nessuno lo racconta questa sera che non ci sei stata neppure te. Che ti sei trovata un Adone da amare, che hai sfidato la Bellezza e il Potere, che ti sei ritagliata un angolo in cui abitare. Divisa tra inferno e primavera, cercavi amore fuori da un rapporto obbligato.Che a stare con qualcuno siam buoni tutti, il problema è non accontentarsi, ogni giorno, di quello sbagliato.

3 risposte a "Ade e Persefone"

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