Giocare col fuoco

Dice che eri l’ultima a saperlo fare.
Ogni sera, con precisione maniacale, avvolgevi garze pirotecniche attorno a un corpo per gli altri nudo, coperto solo di lustrini e paillette. I tuoi occhi – vestiti per piacere e protetti per non guardare – non li ho potuti vedere né capire da una foto fatta per stupire.

Dice che ogni giorno eri pronta a bruciare.
Tre minuti di splendore programmato, ché probabilmente già lo sapevi che non ci è dato di bruciare all’infinito. Ed era esplosione da una mano, poi fuoco ed esplosione dall’altra, fino ad arrivare alla testa, dove in uno spettacolo inaudito arrivava a esplodere il pensiero.

Dice che il fuoco lo sapevi domare.
Che del fuoco non avevi paura, che era lui davanti a te a dover arretrare. Così ogni giorno giocavi col fuoco, ogni sera sapevi quando smettere, ogni numero fin dove arrivare. Ogni volta sapevi quando fare un inchino, salutare e con grazia andare.

Dice che è bastata una distrazione.
Una mancanza per rabbia, per troppo o troppo poco amore. Una lite, un coperchio chiuso male, e fu rumore, fuoco e calore. Furono fiamme fino al cielo. E non bastarono acqua, coperte e intenzioni, e così vinse la sua battaglia, quando ad arretrare fosti te.

Ma dice che non eri Jean d’Arc.
Che il ruolo da martire non era il tuo. Che ci fu un lungo corpo a corpo, di fuoco dentro e fuoco fuori, e che alla fine della guerra ti alzasti in piedi, indossasti garze, lustrini e paillette, e le fiamme ancora una volta nelle mani.

E oggi penso a te, ultima donna ignifuga che si possa ricordare. E mi chiedo per quanto ci sia concesso bruciare. Quante volte si può risorgere come fenice dalla cenere, fino a non distinguere più tra cenere e fenice? Quanto il fuoco si può domare, quanto da lui ci facciamo addomesticare?

Quanti lustrini siamo disposte a indossare per nascondere cicatrici che non vogliamo mostrare? E quanta garza dipingeremo come pelle, quali occhiali useremo per non guardare? Quante volte vinceremo distrazione, troppo e troppo poco amore, pronte per ricominciare?

3 risposte a "Giocare col fuoco"

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  1. Lunedì scorso, in una serata semi-privata a Le Musichall, Arturo Brachetti ha raccontato di questa donna – di cui non ricordo il nome. è stata l’ultima “donna ignifuga” ad esibirsi nei teatri. Ogni sera si faceva esplodere e avvolgere dal fuoco con l’aiuto del marito. Una sera, dopo una lite con lui, chiudendo troppo avventatamente una scatola di “materiali di scena” ha scatenato un incendio di cui è rimasta vittima. Dopo sei mesi d’ospedale si è rialzata in piedi e ha ricominciato a esibirsi.
    Se qualcuno di voi sapesse il suo nome e avesse il buon cuore di ricordarmelo, ne sarei molto felice.

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  2. quindi quella che a me era sembrata una metafora condotta con maestria per dire passione ed eccesso, è in realtà una narrazione di un fatto reale con appena un velo di immaginazione?
    io da lettore preferisco tenermi al racconto metaforico, per altro assai piaciuto.
    🙂
    ml

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