Nel cielo di cenere affonda il giorno dentro l’onda. Sull’orlo della sera temo sparirmi anch’io nell’ombra.

Giocare col fuoco

Dice che eri l’ultima a saperlo fare.
Ogni sera, con precisione maniacale, avvolgevi garze pirotecniche attorno a un corpo per gli altri nudo, coperto solo di lustrini e paillette. I tuoi occhi – vestiti per piacere e protetti per non guardare – non li ho potuti vedere né capire da una foto fatta per stupire.

Dice che ogni giorno eri pronta a bruciare.
Tre minuti di splendore programmato, ché probabilmente già lo sapevi che non ci è dato di bruciare all’infinito. Ed era esplosione da una mano, poi fuoco ed esplosione dall’altra, fino ad arrivare alla testa, dove in uno spettacolo inaudito arrivava a esplodere il pensiero.

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“E così” egli domandò guardandola dal basso in alto “proprio non ne puoi più?” La vide annuire un poco impacciata dal tono confidenziale che assumeva il dialogo. “E allora,” soggiunse ” sai cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia.”
“È quello che finirò per fare” ella disse con una certa teatrale decisione; ma le pareva di recitare una parte falsa e ridicola; così, era quello l’uomo a cui questo periodo di esasperazione l’andava insensibilmente portando? Lo guardò: né meglio né peggio degli altri, anzi meglio senza alcun dubbio, ma con in più una certa sua fatalità che aveva aspettato dieci anni che ella si sviluppasse e maturasse per insidiarla ora, in quella sera, in quel salotto oscuro.


(Alberto Moravia, “Gli indifferenti”)

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