Come donna ignifuga

Davanti al bancone di un kebab del centro aspetto qualcosa da mangiare. Fuori è freddo, fuori piove, e io ho molte cose a cui pensare.

Sono ibridi i kebab del centro, con ambizioni di eleganza ma pur sempre kebab. In una sala di tavolini verdi tutti uguali, attaccati tre a tre, con sedie verdi tutte uguali, attaccate tre a tre, alla televisione danno CSI.

Un padre e un figlio, pingui, catatonici, mangiano pizza a fauci aperte e guardano la tv. Non si parlano, non si vedono. Guardano la TV. Un cartello dice che ti affittano la sala quando ti fai battezzare. Fuori fa freddo, fuori piove, e io ho tante cose a cui pensare.

C’è la questione della teoria e della pratica, dell’immaginazione e della realtà. C’è la questione della colpa che non è colpa, c’è tutta la storia della libertà. Poi quella cosa dei tempi, dei modi, dei presenti e dei passati. Ma non c’è casa per loro nella sala ibrida di un kebab.

Leggo un libro di questioni e di scelte e poi vado, nel freddo e nella pioggia. E mi ritrovo senza saperlo in un luogo che era il mio: nel giorno della realizzazione, in una delle mie ultime maschere, in una delle prime. Nella prima volta della noia. Quel luogo che era mio.

Molto è cambiato. Quasi non lo riconosco più. Quasi si perde ora tra lustrini e pajette, tra sedie azzurre e inganni sui muri. Lui che era un luogo di consumate sedie verdi tutte uguali. Quasi non sa più di esser lui, rocambolescamente trasformato da rigoroso architetto a freak diva.

Ed è un po’ così che mi sento, in questa serata di trasformazioni e trasformisti. Che quasi non so più d’esser io, davanti alla realtà che sfida la teoria, davanti alle scelte che mi tolgono la maschera e mi vestono di pajette.
Forse anch’io come donna ignifuga sfido il fuoco, mi brucio senza arretrare, mi faccio esplodere la testa pronta a ricominciare.

E rientro a casa dai luoghi passati e i non luoghi presenti. Guardo le piccole stanze che ho vissuto senza amarle, che mi hanno vissuto malgrado me. E penso che farò scatole e valige, ma quando non lo so.
E penso che c’è equilibrio, c’è armonia. Perché è in queste stanze ibride e bianche, fatte di piastrelle tutte uguali, che sono – oggi – a casa.

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