Eugenio e Mosca

Arrivano ogni mattina, il mio Eugenio e la mia Mosca. Bevono, dandosi il braccio, almeno un milione di cappuccini. Hanno più di 40 anni di giorni insieme. Li continuano, discutendo ogni mattina. Ogni mattina ridono.

Lui, galante, mi offre caramelle. Lei, decisa, commenta i miei vestiti e la mia pelle. Mi parla della figlia e di noi, nuove donne che non voglion più marito. Ammira il mio piglio, lei che dev’esser donna non facile, ben poco discutibile.

Li osservo precari su gambe e malanni. Li guardo guardarsi, portarsi, aiutarsi. È negli occhi di lui che vedo gli umori, gli alti e i bassi, le speranze e le attese. Nella bocca di lei c’è sempre un finto dentista da cui farsi guardare, una visita di cui non parlare.

Trascorrono le ore sui fogli di giornale, battibeccano sui fatti, ad alta voce, perché lui possa sentire. Parcheggiano l’auto dove non potrebbe stare, perché lei non abbia troppa strada a piedi da fare.

E non so chi abbia adottato chi, in queste mattine di fatti e complimenti. Se siamo noi a intenerirli o se mettiamo nei caffé il nostro modo di saperli protetti.
Vorrei abbracciarli, ma non sono capace, io piemontese di seconda mano. Che noi siam buoni a osservare, a sorridere di lato, a preoccuparci senza farci notare.

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