Giocare col fuoco

Dice che eri l’ultima a saperlo fare.
Ogni sera, con precisione maniacale, avvolgevi garze pirotecniche attorno a un corpo per gli altri nudo, coperto solo di lustrini e paillette. I tuoi occhi – vestiti per piacere e protetti per non guardare – non li ho potuti vedere né capire da una foto fatta per stupire.

Dice che ogni giorno eri pronta a bruciare.
Tre minuti di splendore programmato, ché probabilmente già lo sapevi che non ci è dato di bruciare all’infinito. Ed era esplosione da una mano, poi fuoco ed esplosione dall’altra, fino ad arrivare alla testa, dove in uno spettacolo inaudito arrivava a esplodere il pensiero.

Dice che il fuoco lo sapevi domare.
Che del fuoco non avevi paura, che era lui davanti a te a dover arretrare. Così ogni giorno giocavi col fuoco, ogni sera sapevi quando smettere, ogni numero fin dove arrivare. Ogni volta sapevi quando fare un inchino, salutare e con grazia andare.

Dice che è bastata una distrazione.
Una mancanza per rabbia, per troppo o troppo poco amore. Una lite, un coperchio chiuso male, e fu rumore, fuoco e calore. Furono fiamme fino al cielo. E non bastarono acqua, coperte e intenzioni, e così vinse la sua battaglia, quando ad arretrare fosti te.

Ma dice che non eri Jean d’Arc.
Che il ruolo da martire non era il tuo. Che ci fu un lungo corpo a corpo, di fuoco dentro e fuoco fuori, e che alla fine della guerra ti alzasti in piedi, indossasti garze, lustrini e paillette, e le fiamme ancora una volta nelle mani.

E oggi penso a te, ultima donna ignifuga che si possa ricordare. E mi chiedo per quanto ci sia concesso bruciare. Quante volte si può risorgere come fenice dalla cenere, fino a non distinguere più tra cenere e fenice? Quanto il fuoco si può domare, quanto da lui ci facciamo addomesticare?

Quanti lustrini siamo disposte a indossare per nascondere cicatrici che non vogliamo mostrare? E quanta garza dipingeremo come pelle, quali occhiali useremo per non guardare? Quante volte vinceremo distrazione, troppo e troppo poco amore, pronte per ricominciare?

 

“E così” egli domandò guardandola dal basso in alto “proprio non ne puoi più?” La vide annuire un poco impacciata dal tono confidenziale che assumeva il dialogo. “E allora,” soggiunse ” sai cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia.”
“È quello che finirò per fare” ella disse con una certa teatrale decisione; ma le pareva di recitare una parte falsa e ridicola; così, era quello l’uomo a cui questo periodo di esasperazione l’andava insensibilmente portando? Lo guardò: né meglio né peggio degli altri, anzi meglio senza alcun dubbio, ma con in più una certa sua fatalità che aveva aspettato dieci anni che ella si sviluppasse e maturasse per insidiarla ora, in quella sera, in quel salotto oscuro.


(Alberto Moravia, “Gli indifferenti”)

Clown nella luna

Le mie lacrime sono come il lento cadere
Di petali da qualche magica rosa,
E il mio dolore scorre dalle crepe
Di cieli e nevi di cui non è memoria.

Se toccassi la terra
Credo che andrebbe in polvere;
È così triste e bello,
Così tremulamente come un sogno.

(Dylan Thomas, Poesie inedite)

Come donna ignifuga

Davanti al bancone di un kebab del centro aspetto qualcosa da mangiare. Fuori è freddo, fuori piove, e io ho molte cose a cui pensare.

Sono ibridi i kebab del centro, con ambizioni di eleganza ma pur sempre kebab. In una sala di tavolini verdi tutti uguali, attaccati tre a tre, con sedie verdi tutte uguali, attaccate tre a tre, alla televisione danno CSI.

Un padre e un figlio, pingui, catatonici, mangiano pizza a fauci aperte e guardano la tv. Non si parlano, non si vedono. Guardano la TV. Un cartello dice che ti affittano la sala quando ti fai battezzare. Fuori fa freddo, fuori piove, e io ho tante cose a cui pensare.

C’è la questione della teoria e della pratica, dell’immaginazione e della realtà. C’è la questione della colpa che non è colpa, c’è tutta la storia della libertà. Poi quella cosa dei tempi, dei modi, dei presenti e dei passati. Ma non c’è casa per loro nella sala ibrida di un kebab.

Leggo un libro di questioni e di scelte e poi vado, nel freddo e nella pioggia. E mi ritrovo senza saperlo in un luogo che era il mio: nel giorno della realizzazione, in una delle mie ultime maschere, in una delle prime. Nella prima volta della noia. Quel luogo che era mio.

Molto è cambiato. Quasi non lo riconosco più. Quasi si perde ora tra lustrini e pajette, tra sedie azzurre e inganni sui muri. Lui che era un luogo di consumate sedie verdi tutte uguali. Quasi non sa più di esser lui, rocambolescamente trasformato da rigoroso architetto a freak diva.

Ed è un po’ così che mi sento, in questa serata di trasformazioni e trasformisti. Che quasi non so più d’esser io, davanti alla realtà che sfida la teoria, davanti alle scelte che mi tolgono la maschera e mi vestono di pajette.
Forse anch’io come donna ignifuga sfido il fuoco, mi brucio senza arretrare, mi faccio esplodere la testa pronta a ricominciare.

E rientro a casa dai luoghi passati e i non luoghi presenti. Guardo le piccole stanze che ho vissuto senza amarle, che mi hanno vissuto malgrado me. E penso che farò scatole e valige, ma quando non lo so.
E penso che c’è equilibrio, c’è armonia. Perché è in queste stanze ibride e bianche, fatte di piastrelle tutte uguali, che sono – oggi – a casa.

Il tuo senso di colpa non ha né ragione sociale né religiosa.
Sbarazzatene come di un pancake riuscito male.

#iLoveMyGuru

“Da molto tempo questo, ed ero col capo chino. Vedevo manifesti di giornali squillanti e chinavo il capo; vedevo amici, per un’ora, due ore, e stavo con loro senza dire una parola, chinavo il capo; e avevo una ragazza o moglie che mi aspettava ma neanche con lei dicevo una parola, anche con lei chinavo il capo. Pioveva intanto e le scarpe rotte, l’acqua che mi entrava nelle scarpe, e non vi era più altro che questo: pioggia, massacri sui manifesti dei giornali, e acqua nelle mie scarpe rotte, muti amici, la vita in me come un sordo sogno, e non speranza, quiete.
Questo era il terribile: la quiete nella non speranza. Credere il genere umano perduto e non aver febbre di fare qualcosa in contrario, voglia di perdermi, ad esempio, con lui.”


(Elio Vittorini, “Conversazione in Sicilia”)

Facciamo un gioco

Giochiamo che facciamo che io imparo la cosa di due vite, che saltiamo in mondi paralleli, che il presente è sempre presente e che però non si incontrano mai.

Giochiamo che facciamo come il gioco del silenzio, che il primo che parla ha perso la partita.
Giochiamo che imparo vite altre e clandestine, che parliamo in codice, che ogni strumento è una vita, e le parole anche no.

Giochiamo che io centro spazio e tempo, che non manca sincronia. Giochiamo che la logica, il senso e l’opportunità stanno da una parte, e che poi beviamo dalla bottiglietta rossa e che diventa tutto un chilosà.

Oppure giochiamo che non giochiamo. Che un bel gioco dura poco. Giochiamo che rigiochiamo i nostri ruoli, io di qua, tu di la. Giochiamo come quando arrivano gli alieni e rinchiudono un portale. Come quando nella zona restano cose strane che non sono da cercare. Ecco giochiamo un po’ così, per non sbagliare.

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